COME AFFRONTARE L’IMPATTO DELLA TECNOLOGIA SUL FUTURO DEL LAVORO
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COME AFFRONTARE L’IMPATTO DELLA TECNOLOGIA SUL FUTURO DEL LAVORO

Future of Work

COME AFFRONTARE L’IMPATTO DELLA TECNOLOGIA SUL FUTURO DEL LAVORO

September 23, 2016 Charles Coy

Sia che lavoriate in un magazzino, in una catena di fast food o in una banca, non è così raro oggi imbattersi in robot che svolgono compiti che una volta spettavano agli umani. La società di ricerca Business Intelligence calcola che il mercato dei robot consumer e professionali raggiungerà nel 2019 un valore di 1,5 miliardi di dollari. Se, da un lato, questi sviluppi aprono prospettive entusiasmanti, dall’altro ci si domanda se queste macchine intelligenti potranno o meno mettere in crisi il ruolo dei lavoratori.

Esiste una preoccupazione reale che la crescente automazione possa in futuro prendere il posto degli uomini. Boston Consulting Group prevede che entro il 2025 circa il 25% dei lavori scomparirà, sostituito da software e robot intelligenti.

Altri pensano che le macchine potranno piuttosto migliorare il modo di lavorare dell’uomo, non sostituirlo totalmente. La tecnologia a supporto dei lavoratori è una realtà in molti settori: con un iPad, ad esempio, un addetto alla produzione o alla manutenzione può avere sempre a disposizione gli schemi di costruzione, le stampanti 3D vengono usate per la costruzione di protesi, i droni aiutano gli agricoltori a controllare la quantità di semi e i livelli di nitrati nei terreni.

Abbiamo incontrato Patrick McHigh, analista politico del North Carolina Budget and Tax Center per capire come dovrà trasformarsi il mondo del lavoro per aprirsi all’innovazione tecnologica e come governi e aziende si debbano preparare al lavoro del futuro.

Che effetto ha avuto sul lavoro l’innovazione tecnologica negli anni passati?

Vediamo che le macchine estendono progressivamente la loro presenza in quello che un tempo era considerato dominio del lavoro umano.  Siamo in un mondo che sta sostituendo il lavoro cognitivo con algoritmi sofisticati e robot. Il problema è sapere se riusciremo a creare abbastanza nuovi lavori e professioni in sostituzione di quelli che passeranno alle macchine.

L’ondata di automazione che si è abbattuta sul mondo del lavoro negli anni ‘60 e nei primi anni ‘70 non ha portato alla disoccupazione di massa, semmai il contrario. Con la diffusione delle macchine nelle fabbriche e negli uffici, i lavoratori hanno guadagnato sia in produttività sia in maggiori salari, spingendo i consumi e, di conseguenza, la creazione di un numero di posti di lavoro più alto di quelli persi con l’automazione. Ora, invece, all’aumento di automazione e della produttività non corrisponde un reale aumento dei salari. Questo è il vero problema. Se i salari della massa dei consumatori non crescono non ci sarà abbastanza domanda per sostituire i posti di lavoro cancellati dalla tecnologia.

In che modo la politica può creare un ambiente migliore per i lavori del futuro, in particolare nella gig economy?

Ben pochi dei nostri sistemi sono progettati per lavorare in modo efficace quando ci si trova nella posizione di, ad esempio, un autista Uber. La tecnologia favorisce relazioni contrattuali più fluide e temporanee che nelle forme tradizionali di impiego, e di conseguenza molti dei sistemi di protezione dei lavoratori qui negli Stati Uniti sono divenuti obsoleti. I sistemi di assistenza sanitaria, previdenziali e di sicurezza sul lavoro sono organizzati attorno a un rapporto codificato tra dipendente e datore di lavoro, che nella gig economy non esiste.

Se scegliamo di adottare una politica di non interventi, la tecnologia può peggiorare la vita di molti lavoratori rendendola più incerta e insicura. Ma se adottiamo le politiche giuste lo scenario può essere certamente migliore.

Come possono prepararsi al cambiamento le aziende?

Alcune stanno facendo pressioni sulla politica affinché affronti seriamente il problema del cambiamento. E’ importante poi che vi siano rapporti più profondi tra il mondo delle imprese e il mondo accademico.

E’ ragionevole che si debba rivedere l’idea che abbiamo ora del sistema scolastico, affinché sia più allineato con un mondo in cui tutti avranno costantemente bisogno di aggiornare la propria professionalità. Ciò che una persona ha imparato a 18 anni non sarà più ciò che il mercato chiederà quando avrà 40 anni.  Quella che tradizionalmente vediamo come formazione continua o correttiva diventerà formazione a vita, necessaria per rimanere attivi nel mercato del lavoro.

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